Fondo Pensione, Previdenza TFR

Perché dovresti pensare oggi alla tua pensione

Gli elementi che minano la pensione del futuro

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Il tema della previdenza, oggi

Emergenze sanitarie, aumento iperbolico dei prezzi energetici, inflazione, sanguinosi conflitti, inesorabili cambiamenti climatici: nonostante i fenomeni eccezionali e spesso drammatici che stiamo conoscendo in questi anni, sulle prime pagine dei quotidiani e tra le notizie dei TG resta sempre in primo piano il tema delle pensioni e delle riforme a esse correlate. Per qualsiasi forza politica, quello della pensione non può che essere un argomento centrale: semplicemente, non ci si può presentare all’elettorato senza affrontare questo delicatissimo tema. Ma perché sia i politici sia i media continuano a dare così grande attenzione al tema della previdenza? È molto semplice: i cittadini sono fortemente interessati a quello che sarà il proprio futuro, una volta dismessi i panni del lavoratore. É ovvio, non potrebbe essere altrimenti, ed è anzi un bene che sia così. Dispiace piuttosto notare il fatto che questo diffuso interesse non si trasformi spesso in un’azione concreta per migliorare la propria situazione pensionistica. Perché se è vero che per i ventenni, per i e trentenni e per i quarantenni di oggi lo scenario del ritiro è lontanissimo (i 25enni di oggi potrebbero infatti andare in pensione a 70 anni suonati) è allo stesso tempo vero che per migliorare il proprio futuro pensionistico è necessario agire ora. Ma quali sono gli elementi concreti che rendono le pensioni di domani così nuvolose, ovvero così tarde e così povere?

Perché dovresti pensare oggi alla tua pensione: 4 elementi

Le proiezioni sulle pensioni future non sono il frutto di decisioni politiche improvvisate: gli assegni pensionistici del futuro riflettono quella che è la situazione italiana precedente, attuale e dei prossimi anni.

Sono principalmente 4 gli elementi che condizionano e condizioneranno le pensioni degli italiani, ovvero:

  • In Italia si fanno sempre meno figli: la natalità in Italia negli ultimi decenni è andata via via diminuendo. Nel 2021, stando ai dati ISTAT, la media è stata di 1,27 bimbi per ogni donna in età fertile. Questo dato non può che incidere negativamente sulla situazione pensionistica, poiché un numero minore di figli si traduce inevitabilmente in un numero minore di lavoratori che versano contributi, con una conseguente riduzione della cassa pubblica.
  • La precarietà è molto diffusa: se un tempo il lavoro fisso era un obiettivo concreto e in molti casi la regola, oggi invece il mondo del lavoro è caratterizzato da una diffusa precarietà, con carriere meno stabili e condite non di rado da pause e periodi di disoccupazione, i quali incidono fortemente a livello contributivo.
  • Il ritmo della nostra vita è diverso: i tempi con cui affrontiamo la vita sono mutati fortemente, con tempistiche diverse per la fine degli studi e l’entrata nel mondo del lavoro. Ci sono poi eventi che non solo tendono a essere affrontati più tardi, ma che anzi sempre più spesso non accadono affatto: si pensi al matrimonio, ai figli, all’acquisto della casa e così via. Anche questo differenza dei ritmi diverso a un tempo ha conseguenze a livello previdenziale.
  • Una maggiore aspettativa di vita: l’Italia figura tra i primi posti nella classifica internazionale dei paesi più longevi, con un numero sempre più alto di ultranovantenni e di ultracentenari. Questo elemento ha ovviamente ricadute che non possono essere trascurate a livello della gestione delle pensioni degli italiani.

Al di là di qualsiasi valutazione soggettiva di questi elementi, non ci sono dubbi: ognuno di essi contribuisce in varia misura a rendere meno felice la situazione pensionistica degli italiani di oggi. Per capire quanto questi aspetti stiano cambiando le carte in tavola può essere utile fare un confronto con il passato.

Cosa è cambiato in 50 anni

Per noi che viviamo in questo mondo, per noi che siamo abituati alle tendenze demografiche del terzo millennio, la situazione attuale non può che risultare tutto sommato normale. Per capire quanto gli aspetti visti sopra incidono sulla situazione pensionistica italiana diventa quindi molto utile fare un confronto con l’Italia di 50 anni fa, andando quindi a mettere fianco a fianco il 2021 (l’ultimo anno per il quale l’Istat ci fornisce dati completi) con il 1971. Quell’anno il censimento della popolazione italiana dava come risultato 54 milioni di abitanti: basti pensare che nel 1931 la barra era ferma a 41 milioni di abitanti. Oggi, 50 anni dopo, la popolazione ammonta a 59 milioni di abitanti, con il numero che anno dopo anno ha smesso di crescere. Come mai? Semplice: il numero di nati nel 2021 è stato di 400.249, mentre nel 1971 (quando c’erano 5 milioni di abitanti in meno) era stato di 906.182. Molto più del doppio.

Ma la situazione 50 anni fa non era diversa solo a livello dei figli. A quell’epoca si entrava al lavoro mediamente prima. L’80% dei giovani nel 1971 iniziava a lavorare a 23 anni, laddove oggi si parla di un’età media di 29 anni. E questo, dal lato delle pensioni, è un problema: se infatti negli anni Settanta si andava in pensione a circa 63 anni, dopo circa 40 anni di contributi, oggi – quando tantissimi giovani iniziano a lavorare a quasi 30 anni – si tende ad andare in pensione con soli 33 anni di contributi, in media.

Quindi, in altre parole, ci sono meno persone che versano contributi, per meno anni. Ma c’è anche un altro problema. Rispetto agli anni Settanta, “campiamo” molto di più. Se infatti l’aspettativa di media all’epoca era di 79 anni, oggi si parla invece di una media di 85 anni. Questo vuol dire che lo Stato, per via della longevità dei suoi abitanti, si trova a sborsare pensioni per più anni: se negli anni Settanta le pensioni duravano in media 16 anni, oggi si parla di una media di 23 anni.

Molti meno nati, inizio del lavoro posticipato, maggiore longevità: il risultato non possono che essere assegni magri, per non dire magrissimi.

Aumentare la pensione con il TFR

Di fronte a una situazione di questo tipo, purtroppo, le riforme, tanto vagheggiate e vaneggiate, possono fare bene poco: non ci sono i “numeri” per migliorare concretamente le pensioni di domani. L’unico modo per garantirsi un futuro sereno, e di avere quindi una buona rendita al termine della propria vita lavorativa, è dunque molto spesso quello di “fare da sè”, andando quindi a costruire un tesoretto per il futuro con una piccola parte dei risparmi di oggi. Lo strumento apposito è quello del fondo pensione, per costruire una previdenza complementare con dei piccoli versamenti regolari nel tempo, approfittando per esempio del versamento del TFR nel fondo. In questo modo, senza neppure accorgesene, è possibile aumentare in modo concreto la propria posizione lavorativa, senza dover aspettare riforme che, per mancanza di margine, non potranno mai cambiare effettivamente le cose (perlomeno, non per i prossimi anni). Abbiamo visto qui cos’è un fondo pensione e qui quali sono i vantaggi di versare il TFR nel proprio fondo pensionistico.

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