Tasso di sostituzione: occhio alla pensione degli autonomi
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Una guida sulla pensione integrativa per autonomi e liberi professionisti
Oggi parliamo del tasso di sostituzione, in particolar modo per quanto riguarda la situazione previdenziale di lavoratori autonomi e di liberi professionisti. Questo è un discorso tutt’altro che trascurabile, sapendo quanto sia delicato il tema pensionistico in Italia e sapendo anche che, nel nostro Paese, ci sono qualcosa come 4,5 milioni di lavoratori autonomi. Un vero e proprio record in Europa, seppure vada detto che questo numero è in continua decrescita. Le ragioni che spingono le persone verso il lavoro indipendente sono le più svariate: perché non si trova spazio come lavoro dipendente, perché si decide di proseguire un business di famiglia già avviato, perché si desidera essere padroni di sé stessi, e via dicendo.
Ma essere autonomi significa anche doversi occupare di tutta una serie di faccende fiscali, contabili, economiche e burocratiche che un dipendente non dovrà nemmeno mai sentire nominare. E sì, qualche problemino in più il lavoratore indipendente ce l’ha anche per quanto riguarda la pensione: sapevi, per esempio, che il tasso di sostituzione di autonomi e liberi professionisti è decisamente più basso rispetto a quello dei lavoratori dipendenti?
- Cos’è il tasso di sostituzione?
- Il tasso di sostituzione per i lavoratori autonomi e per i liberi professionisti
- Meglio attivare un fondo pensione
- I vantaggi del fondo pensione per chi aderisce al regime forfettario
Cos’è il tasso di sostituzione?
Forse sono andato troppo veloce: forse è il caso che io ti spieghi cos’è il tasso di sostituzione. Definiamo il campo: si parla di pensioni, e più precisamente di un indicatore che definisce l’ammontare dell’assegno previdenziale che si percepirà nel momento in cui si dirà finalmente addio al mondo de lavoro.
Il tasso di sostituzione esprime in percentuale il rapporto tra il reddito da lavoro e quello pensionistico, oppure, in parole più semplici, l’ammontare della pensione mensile rispetto all’ultima retribuzione mensile ricevuta. Pensiamo a un tasso di sostituzione del 50%: se un lavoratore ha ricevuto come ultima busta paga un bonifico da 2.000 euro, come pensione riceverà esattamente la metà, ovvero 1.000 euro al mese. Non uno scenario stupendo, nossignore. Eppure, come vedremo tra poco, per tanti autonomi la situazione sarà perfino peggiore.
Prima vale la pena sottolineare che il tasso di sostituzione può essere sia netto che lordo, in base alle voci prese in considerazione per il conteggio, ovvero gli importi netti oppure quelli lordi degli assegni.
Come è noto, l’ammontare dell’assegno previdenziale – e di conseguenza anche il tasso di sostituzione – varia in base a tanti fattori, quali l’età, il lavoro svolto, gli anni di contribuzione, il metodo usato (retributivo o contributivo, e quindi di fatto l’epoca in cui si è lavorato) e altri elementi, come per esempio l’inflazione. Vediamo ora nel concreto come sarà nei prossimi anni il tasso di sostituzione per i liberi professionisti e per i lavoratori autonomi.
Il tasso di sostituzione per i lavoratori autonomi e per i liberi professionisti
Partiamo subito con una notizia negativa, per tutti: negli anni il tasso di sostituzione è sempre più basso. Il che vuol dire che, a prescindere dallo stipendio, anno dopo anno le pensioni sono sempre più povere, per tutti. Ma questo, si sa, è un fatto noto. Nessuna sorpresa.
Guardiamo per esempio al tasso di sostituzione di un lavoratore dipendente del settore privato, con 38 anni di contribuzione: nel 2010 si parlava di un tasso del 73,6%. Non benissimo, ma neanche male. Come si è evoluta invece la situazione negli ultimi anni, e come si evolverà in futuro?
Ad aiutarci c’è la Ragioneria Generale dello Stato, la quale ci dice che il tasso di sostituzione di un dipendente privato nel 2020 era del 71,7%, per ridursi al 68,2% nel 2030 e al 59,4% nel 2040. Una situazione tutt’altro che buona, che ovviamente deve mettere in allerta tutte le persone per cui la pensione non è dietro l’angolo. Ma la situazione, come anticipato, è ben peggiore per i lavoratori autonomi: per loro il tasso di sostituzione soldo nel 2020 era già bassissima, pari al 54,9%, per ridursi al 47,3% nel 2030 e arrivare al 45,5% nel 2040.
Sei un lavoratore autonomo? Bene, allora ti invitiamo a stimare il tuo lordo negli ultimi anni di lavoro, quando avrai 67, 68, 69 o più anni. Ora applica un tasso di sostituzione lordo inferiore al 50%: la tua pensione sarà sufficiente per garantirti il tenore di vita che desideri? Molto probabilmente, assolutamente no.
Meglio attivare un fondo pensione
In una situazione come questa risulta palese quanto, per liberi professionisti come per lavoratori autonomi, risulti altamente preziosa l’attivazione di un fondo pensione. Questo sapendo, è sempre bene sottolinearlo, che aderire a un fondo di previdenza complementare permette di dedurre dal reddito lordo imponibile complessivo, da assoggettare ad Irpef, i contributi versati al fondo in questione, fino a una soglia di ben 5.164,57 euro all’anno. Questa, unitamente a tutti gli altri vantaggi del fondo pensione, è certamente una caratteristica che dovrebbe portare molti lavoratori autonomi verso la previdenza complementare.
I vantaggi del fondo pensione per chi aderisce al regime forfettario
A essere bloccati sono invece in genere i tanti lavoratori autonomi con regime forfettario, ovvero tutti quei professionisti con ricavi inferiori agli 85.000 euro. In questo caso infatti al reddito imponibile viene applicata un’unica e vantaggiosa imposta, nella misura del 15% (o del 5% nel caso di nuove attività); di contro, il forfettario non può dedurre o detrarre alcunché, eccezion fatta per i contributi previdenziali. Il comma 1 dell’articolo 10 del TUIR riporta infatti che ai fini dell’Irpef, l’Imposta sul reddito delle persone fisiche, risultano deducibili dal reddito complessivo “i contributi previdenziali ed assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge, nonché quelli versati facoltativamente”, con l’articolo 1 comma 64 della Legge 190/2014 a precisare che “i contributi previdenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge […] si deducono dal reddito determinato ai sensi del presente comma”. Insomma, la detrazione per il forfettario sarebbe prevista solo per i contributi previdenziali obbligatori.
Ma attenzione, il forfettario ha comunque diversi vantaggi nell’aprire un fondo pensione. Ecco i principali:
- Prima di tutto, questa è la strada da seguire visto il disastroso tasso di sostituzione che li aspetta:
- La pensione complementare è soggetta a un’aliquota compresa tra il 15% e il 9%, diversamente dalle aliquote ordinarie Irpef, comprese tra il 23 e il 43%;
- I versamenti nel fondo pensione non sono sequestrabili né pignorabili;
- Risulta possibile indicare come beneficiari caso morte anche persone esterne all’asse ereditario;
- Non è detto che in futuro non si esca dal forfettario, con la possibilità di avere un fondo aperto già aperto, con una tassazione finale agevolata, e con la possibilità di dedurre i famosi 5.164,57 euro.
Sei un lavoratore autonomo o un libero professionista, e visto il tasso di sostituzione che ti aspetta ha deciso di approfondire il discorso fondo pensione? Contattami, e seguimi anche su Facebook, Instagram o LinkedIn, per avere consigli e dritte per la gestione efficace del tuo patrimonio e dei tuoi risparmi!