Fondo Pensione

Chi pagherà la mia pensione nel 2050?

La pensione del 2050 e l’invecchiamento della popolazione

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I dubbi sulle pensioni di domani

Chi pagherà la mia pensione nel 2050? Questa è una domanda che chiunque sia al di sotto dei cinquant’anni dovrebbe senz’altro farsi, perché non è per niente scontato il fatto che, un domani, ci sarà effettivamente qualcuno a pagare la pensione che ti/ci spetta. Sappiamo infatti tutti quanti che il sistema pensionistico italiano è contributivo, ovvero che gli assegni pensionistici dell’INPS – ovvero la Pensione con la P maiuscola – vengono pagati pescando direttamente nei contributi versati da coloro che stanno effettivamente lavorando. Certo, i pensionati di oggi – quasi tutti – hanno assolutamente il diritto di dire che la pensione “se la sono guadagnata e pagata”. Ma a essere pignoli, la loro pensione nel concreto la stanno pagando le persone che sono attualmente attive al lavoro. Il nostro sistema pensionistico si poggia insomma su una specie di implicito patto generazionale. Ma cosa accade nel momento in cui le generazioni successive non saranno numericamente sufficienti per garantire il pagamento degli assegni delle persone arrivate all’età pensionabile? Ecco che in quel momento un sistema poggiato sul patto generazionale entrerà effettivamente in crisi, ed ecco che allora una sufficiente pensione nel 2050 non sarà più da dare per scontata.

La pensione nel 2050: quando ci si ritirerà dal lavoro?

Per capire che effettivamente ci sono dei problemi a livello della sostenibilità del sistema pensionistico italiano, è interessante vedere i risultati di una ricerca presentata nel 2023 dal Consiglio Nazionale dei Giovani in collaborazione con EU.R.E.S. Ricerche Economiche e Sociali. Il titolo dell’indagine era “Situazione contributiva e futuro pensionistico dei giovani. Quali risposte all’inverno previdenziale”, per un lavoro che cercava di fare un po’ di luce sulla pensione nel 2050 degli italiani: le proiezioni parlavano di un 2057 in cui, seguendo il sistema attuale, si andrà in pensione a quasi 74 anni. Più nello specifico i ricercatori avevano preso in considerazione i nati nel 1984, spiegando che la loro pensione di vecchiaia dovrebbe essere posizionata tra i 69,6 e i 73,9 anni. Ma non è tutto qui: la pensione di tipico dipendente del settore privato potrebbe essere di soli 807 euro netti. Ma per quale motivo la pensione nel 2050 sarà così bassa e così tarda?

Il problema demografico dietro al ridursi delle pensioni italiane: la bassa natalità

In tanti preferiscono non pensare a come sarà la propria pensione nel 2050. E spesso per evitare questo brutto pensiero ci si rifugia dietro agli aspetti “difficoltosi” del sistema previdenziale, o persino sull’inconoscibilità del futuro. Ma no il futuro delle nostre pensioni in realtà lo conosciamo piuttosto bene. Non perché abbiamo una sfera di cristallo, certo che no: ma perché, come abbiamo visto, gli assegni previdenziali INPS di chi andrà in pensione nel 2050 saranno pagati da chi lavorerà nel 2050, e quindi anche da persone che oggi sono alle elementari, all’asilo, persino da persone che oggi non sono ancora nate. Ed è qui il grosso del problema: la natalità in Italia è bassissima. Con sole 379mila nuove nascite, il 2023 ha confermato l’inverno demografico del paese, una tendenza che risulta ovvia già da anni. Per dire: l’anno scorso sono nati 197mila bambini in meno rispetto a quanto ne erano nati nel 2008. Dal punto di vista previdenziale, questo si traduce nell’assenza di nuovi lavoratori che con i loro contributi pagheranno le pensioni di domani, nel 2050, nel 2060 e via dicendo.

La pensione del 2050 e l’invecchiamento della popolazione

Va detto che la bassa natalità è solo il primo problema demografico che affligge la pensione di domani. C’è un’altra cosa da tenere in considerazione, una cosa che effettivamente mai e poi mai in passato si sarebbe potuta ritenere “problematica”: le nostre vite si stanno allungando. Ecco quindi che, in parallelo al venir meno delle nascite, ci sono sempre più anziani. La combinazione tra questi due fattori crea degli squilibri inediti: se nell’Italia nel 1951 si contavano 31 anziani ogni 100 giovani, il 1° gennaio 2024 ogni 100 giovani c’erano 200 anziani. E parlando della pensione del 2050 vale certamente la pena vedere cosa ci dicono le proiezioni per quell’anno: se i trend non cambieranno, per ogni 100 giovani a metà secolo ci saranno ben 300 anziani. Queste stime arrivano dalla 4ª edizione degli Stati Generali della Natalità dal titolo “Esserci – più giovani più futuro”, che peraltro non si ferma qui. Per sottolineare il fatto che la situazione non è e non sarà delle più semplici lo studio riporta il dato relativo ai potenziali genitori in Italia: in Italia si contano solamente 11,5 milioni di donne e di uomini in età fertile (tra i 15 e i 49 anni) quando nel 2011 se ne contavano 14 milioni. E ancora, in 8 casi su 10 sono state individuate delle difficoltà che ostacolano il desiderio delle coppie italiane di realizzare il proprio desiderio di famiglia.

Il fondo pensione come soluzione personale e sociale

La natalità è in calo, la popolazione sta invecchiando, il patto generazionale viene meno: la pensione nel 2050 non potrà che essere ben più magra rispetto a quella attuale, che certo non brilla per abbondanza. Si stima che per quell’anno l’assegno pensionistico sarà pari a circa il 47% dell’ultimo stipendio degli autonomi e al 60% dell’ultimo stipendio dei dipendenti. In questo scenario, poter contare su una pensione integrativa diventa praticamente obbligatorio per poter avere un futuro sereno, senza sacrifici e senza stenti. Di buono c’è che, aprendo subito un fondo pensione, i trentenni e i quarantenni di oggi possono assicurarsi un ottimo tesoretto per il futuro, senza nessun tipo di reali sacrifici: basterebbe per esempio indirizzare il proprio TFR nel fondo pensione, aggiungendo magari a cadenza mensile qualcosina in più (sapendo peraltro che i contributi che si versano nel fondo pensione risultano deducibili dal reddito IRPEF fino a 5.164,57 euro l’anno).

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